the sunnyside of the street

24 Febbraio 2007

Archiviato in: Diario — verdeanita @ 14:57

sono stanca. ora è tutto qui.

22 Gennaio 2007

Senza titolo, solo silenzio

Archiviato in: Diario — verdeanita @ 21:42

Oggi, dopo il consueto studio in Frinzi (la biblioteca dell’Università di Verona), sono andata a piedi fino ai Portoni.
Lungo il percorso ho pensato a dove compare il biglietto per l’autobus.
Ci sono due rivendite in Corso Portoni Borsari.
L’edicola di p.zza Erbe dove generalmente compro il Mucchio, perchè il giornalaio lo tiene esposto il bella vista e così non devo mai chiedere se è arrivato. Passando guardo i giornali e se lo vedo sgancio i cinque euro e lo tengo in mano, per leggerlo aspettando l’autobus.
E poi c’è il tabaccaio in fondo al Corso, davanti al vecchio negozio di Prada. Generalmente i biglietti dell’autobus li compro lì. E per entrare dovevo fare slalom tra le casse piene di giornali. Non ho mai visto un’edicola così disordinata. A volte il mio occhio è caduto su numeri vecchi di giornali dimenticati. Se mi perdevo un numero di qualche rivista o fumetto, all’edicola dei Portoni avevo sempre la possibilità di ritrovarlo, nascosto da qualche parte.
Mi è però venuto in mente che l’ultima volta che ero passata dall’edicola dei Portoni avevo trovato la saracinesca abbassata, la vetrina delimitata col nastro blu della polizia scientifica e il marciapiede ricoperto di fiori.
Sabato mattina, dopo le sei e mezza e prima delle sette e un quarto, il tabacchaio era stato ucciso.
Venerdì sera avevo parcheggiato la bici verde poco distante, avevo aspettato Michele ascoltando l’iPod e poi eravamo andati a berci mezza pinta di sidro di mele. Dopo mezzanotte, e quindi circa sei ore prima del fatto, avevo slegato la bici ed ero tornata a casa, ascoltando gli Yo La Tengo.
Un paio di anni fa percorrevo il Corso tutti i giorni, con la mia amica Veronica, per andare a scuola. A volte dovevamo aspettare che qualcuno comprasse le sigarette da quel tabaccaio, prima di entrare a scuola.
Probabilmente molti maffeiani stavano per fare lo stesso sabato mattina e si sono trovati davanti la polizia scientifica in tuta bianca e il carrello con sopra la salma. E a ricreazione di sono ritrovati senza sigarette, o forse non ci hanno pensato perchè erano troppo sconvolti.
Un giorno, dopo una mattinata scolastica particolarmente sfigata, ero andata a giocarmi la data al lotto. E a farmi la schedina e a spiegarmi tutto il meccanismo era stato lo stesso tabacchaio che è stato ucciso in maniera così idiota.
Oggi ho comprato il biglietto dell’autobus all’edicola di p.zza Erbe.
E l’edicolante stava parlando dell’omicidio.
E passando davanti al tabaccaio dei Portoni, i fiori si erano moltiplicati, era comparsa la scritta “Ciao Giorgio!” sul muro e molte persone erano riunite lì davanti a parlare di quello che era successo.
Come succede nei paesi di montagna quando c’è qualche pettegolezzo succulento da discutere.
Perchè è in momenti come questi che ti rendi conto di quanto sia piccola Verona.
Quando quello che è morto lo conoscevi, e conoscevi la moglie, anche se solo di vista, quando nella stessa tabaccheria lavorava una tua compagna delle elementari, quando una tua amica ti dice che il tabaccaio era figlio di una amica di sua mamma e che a scoprire il cadavere era stata una amica di sua nonna e quando il medico legale che esegue l’autopsia è il marito di una tua professoressa del ginnasio.
E poi guardi il Tg1 e Studio Aperto e senti le persone intervistate che parlano con questo fastidioso accento marcato, che poi è anche il tuo, anche se non te ne rendi conto.
E la gente parla della sicurezza, e Verona sembra, per un attimo, diventare pericolosa come Napoli, anche se, come mi fa notare Francesco, a Napoli non avrebbero perso tempo con coltelli e tagli nella gola, ma avrebbero semplicemente sparato.
Ma a Verona queste cose non succedono. E, a memoria mia, non erano mai successe.
Neanche i quei quartieri dopo Ponte Navi, dove le case sono vecchie e gli abitanti sono stranieri e non ci sono i negozi di Gucci o Vuitton ma solo call center e kebabbari.
Inutile parlare di sicurezza. Verona è sicura.
Per questo tutti sono sconvolti.

16 Gennaio 2007

Sociologia

Archiviato in: Diario — verdeanita @ 14:20
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15 gennaio 2007
La professoressa di Sociologia chiama il mio nome.
Io non rispondo.
Libretto e tesserino erano rimasti a Verona.
Bauman mi era ancora ignoto.

Ma essendo l’ultimo esame che mi manca, posso pure prendermela comoda. In compenso mi sono fatta raccontare il concerto dei Sonic Youth e quello dei Sigur Ros (invitanti). Frinzi, arrivo!
News: stasera faccio la visita medica per il foglio rosa.

2 Gennaio 2007

Schizofrenia di capodanno

Archiviato in: Diario — verdeanita @ 20:19

Come detto di frequente, ho l’impressione di soffrire di Sindrome di Stoccolma e di vari tipi di schizofrenia (sociale, abitativa, universitaria, logistica).
E l’ultimo giorno dell’anno la mia psiche fu messa ulteriormente alla prova.
L’anno scorso festeggia da Lamberto, nella sua immensa magione. Una festa molto bella che aveva riunito i tipi umani più diversi: gente dall’abbigliamento proletario che ascoltò i Pink Floyd e Jimi Hendrix in soggiorno alla luce delle candele e persone più eleganti, fornite pure di orologio da taschino, che si dedicarono a discussioni impegnative sulla guerra in Crimea.
Me ne andai di mattina e dormii a casa.

La festa di Lamberto per l'inizio del 2005, mentre si ascoltava Jimi Hendrix al buio con le candele, altri discutevano nella sala accanto.


Quest’anno, per motivi ignoti su cui non indagherò, le feste raddoppiarono. E fu così che la gente si sparpagliò tra Albisano e la Valpolicella. E per la mia personalità facilmente sdoppiabile cominciarono i problemi.
Io andai sul lago, alla festa della Valeria, accompagnata da Ilaria e Bongio (mia compagna d’università e raro esempio di crucca-terrona). Là, oltre a Rocco, impegnato con delle crepe dall’aria gustosa, trovai Alex e la mia piccola Marta, l’inaffidabile Paon, il pericoloso Cavaggioni, Nicolaus, la “cricca” e varia gente non identificata.
Alex abbracciò il mio barilotto di birra da cinque litri, ci insegnò degli sciogli-lingua in inglese, venne obbligato a parlare inglese con atroce accento italiano, mostrando sul volto un’espressione a dir poco dolorosa, e rollò una sigaretta con una fantascientifica cartina trasparente.
Consolai la mia piccola Marta, tradita col barilotto di birra, che mi rassicurò dicendo che il mio regalo di compleanno sarebbe arrivato prima o poi.
Riuscii ad ottenere una crepe piena delle più caloriche schifezze (grazie Jack!), scoprii di avere i Lordi sull’iPod (non ho ancora compreso come), convinsi la gente, senza troppe difficoltà, ad ascoltare “Cateto” di Elio e le Storie Tese e intrattenei i futuri maturandi con l’agghiacciante racconto del mio orale.
Verso le tre e mezza, inaspettatamente, ripresi la via del ritorno.
Io e Ilaria, dilaniate dal non aver potuto assistere alla performance canora di Michele alle festa di Lamberto (e dico: canzoni del calibro di “Elderly Woman eccetera eccetera”), decidemmo almeno di salutarlo e dirottammo la Multipla della famiglia Bongiovanni in Valpolicella.
Erano circa le quattro e mezza. Accarezzai l’idea di poter dormire nel mio letto grazie ad un passaggio di Marrella, ipotesi che si frantumò a causa del suo tasso alcolico.
Vagai disperatamente per la casa ormai deserta, tra bottiglie e lattine vuote, mangiai un tiramisù abbandonato e vissi il mio grave disorientamento mentale: ero arrivata alla festa nel momento in cui me ne ero andata l’anno precedente, come se fossi uscita a fumarmi una sigaretta e fossi tornata dopo un anno (per la cronaca: io non fumo, ma come paragone ci stava bene).
Dopo questa sensazione temporalmente sdoppiante, la mia mente emise un gemito doloroso e smise definitivamente di lavorare.
Restai con Michele e Marre a spettegolare davanti al camino, ormai spento, fino alle sei e mezza, raggomitolata a larva nel mio sacco a pelo modello “lumaca”. Poi conquistai il divano e mi addormentai, mentre nello stereo andava a loop un disco di musica classica. Alle dieci fu servita la colazione.
Venni insultata pesantemente per la mia squallida intrusione e furono impagabili le fecce di chi si accorse della mia improvvisa presenza.
Tornai a casa e, dopo il pranzo dalla nonna, dormii fino alle otto.

Indi, come ringraziamenti conclusivi: la Vale per la festa, Lamberto per la non-festa e l’estemporanea ospitalità, la Bongio per il passaggio, il mio morosetto Francesco, distante anche quest’anno, che non si arrabbia se lo chiamo alle quattro del mattino mentre dorme, Alex e la mia piccola Marta, Michele, il pigiama e la vestaglia di Trincanato (ma non Trincanato, che è sempre molto cattivo con me, se non si parla di Storia Contemporanea) e tutti quanti: buon anno a tutti!

Buoni propositi:
1) prendere finalmente la patente
2) fare tutti gli esami del primo anno

12 Dicembre 2006

Archiviato in: Musica — verdeanita @ 12:03

Sul Forum del Maffei il buon vecchio Gnappi, già famoso per le sue complicate elucubrazioni su papà del gnocco, propone l’antico questito insito in tutti noi: esistono al giorno d’oggi persone che si possono definire alternative? E, nello specifico, esiste un genere musicale definibile alternativo?
Bè, la prima cosa da fare è definire cosa si intende per gruppo alternativo. E, generalemente vengono definiti così gli amati/odiati Kooks o i loro vecchi zii Strookes o i fratellini intelligenti Franz Ferdinand o ancora i lontani cugini Artic Monkeys.
Nella loro patria natia questi gruppi vengono chiamati indie, abbreviazione di indiependent che in italiano traduciamo subito con indipendente e, con un passo ulteriore, alternativo. Cosa che i Kooks palesemente non sono.
In realtà, non è proprio così. Indiependent, mi ha fatto notare qualcuno (e il Ragazzini Zanichelli conferma), nelle sue varie accezioni sta più ad identificare qualcosa che non tiene conto di niente, che è più bello tradurre con spontaneo (o semplice).
In questo caso non è difficile etichettare la famigliola indie sopra descritta come semplice e spontanea. Come non erano (nel bene) i Pink Floyd di Dark Side of The Moon e con non è (nel male), ad esempio Paris Hilton, con musica scritta appositamente per penetrarti nelle orecchie e con un videofonino per ogni abito succinto (a parte l’elegante “Pure Black”).
E quindi, passando all’abbigliamento, un paio di Converse sono Indie! Non sono certemente alternative (ormai) ma sono quanto meno semplici. E, a meno che non siano completamente lerce, stanno abbastanza bene con ogni tipo di abbigliamento e te le infili al volo (spontaneamente) senza pensarci troppo.
Un genere musicale alternativo (cioè contrario alla massa) faccio un po’ fatica ad immaginarmelo, vista l’esistenza dei più svariati generi e le varie mescolanze far loro (tipo ska-punk-core-folk-rock).
Piuttosto esiste un approccio alternativo al mondo della musica da parte dei cantanti. E ve lo spiego.
Questa estate, grazie al Festivalbar, ebbi la straordinaria occasino di conoscere di persona i Kooks, come accennato nel post precedente, che si rivelarono spocchiosi, noiosi e unti e di una attrattiva musicale pari a zero e passarono tutto il tempo a crogiolarsi nel bagno di folla mentre in sottofondo passavano le loro canzoni (il tutto mi fece pensare che poteva trattarsi di una forma di masturbazione), senza suonare nota alcuna nè proferire parola sul loro cd, la loro vita e quant’altro.
Inoltre Matteo mi instillò il dubbio che uno dei Kooks non fosse in realtà un membro del gruppo ma un impostore, dubbio che, per quanto irrisolto, non mi attanaglia più di tanto.
E questo è proprio l’atteggiamento peggiore per una band musicalmente “spontanea” da cui ci si aspetterebbe un approccio più “spontaneo” anche col pubblico, “alternativo” rispetto a quello che potrebbero avere Madonna o Britney Spears e altri personaggi dall’impinente mole mass-mediatica.
Un gruppo di ventenni che si comporta così non fa altro che aderire ai modelli imposti dalla maior di appartenenza.
I Kooks che fanno i boriosi sono massificati.
Il chitarrista degli Yo La Tengo che vende magliette del suo gruppo mangiando carote è alternativo. Ben Harper che canta senza microfono è alternativo.
E, per restare in Italia, Manuel Agnelli che manda a cagare il pubblico è massificato. I Modena che si intrattengono col pubblioco e spiegano pazientemente a chiunque lo chieda perchè Contessa non la cantano più sono alternativi.

Mi viene poi in mente una specie di leggenda metropolitana secondo cui una mia conoscente che lavora (o lavorava) in un importate Hotel del centro incorntrò Bruce Springsteen che lì stava per passare la notte in occosione del suo concerto in Arena e fra i due avvenne il seguente dialogo:
Bruce Springsteen: “Vieni a sentirmi stasera. Ti regalo un bilgietto.”
Tipa: “No grazie, non ho tempo”
BS: “Dai, per favore.”
T: “Va ben, dai”.

Così, nel mio mondo ideale, dovrebbero essere i rapporti tra rock (chi più chi meno) star e relativo pubblico.
Nel mio mondo ideale i cani giocano con le pecore e quando piove si scivola sul fango.

E vi lascio con questo regalino, visto che io mi sono capita, ma è probabile che non mi sia fatta capire, questo video esprime bene il concetto che intendevo.

2 Dicembre 2006

Musica e Biscotti (Yo La Tengo, Milano)

Archiviato in: Musica — verdeanita @ 12:27

Attenzione! Questo post è scritto coi piedi.

Insomma! Qualche parola bisogna pur dirla, anche se con estremo, estremissimo ritardo, perchè quello di lunedì sera è stato un concerto fantastico.
Per prima cosa rispondeva esattamente al mio ideale di concerto: poca gente, niente pogo, sano ascolto.
Per seconda cosa, gli Yo La Tengo si sono presentati subito come una band atipica, nel senso che prima del concerto se ne stavano tranquillamente di fianco al palco, sotto gli occhi di tutti, quando tutte le band di mia conoscenza preferiscono tirarsela e comparire solo all’inizio del concerto (e spesso con una mezz’ora abbondante di ritardo).
Loro hanno cominciato puntuali.
Il locale era carino, molto più piccolo del Gate e, finalmente, con una buona acustica!
E poi chiaramente il concerto in se è stato proprio bello.
Il mio iPod me li aveva mandati a ripetizione per un mese, dopo i consigli/minacce del mio giovane amico sonico, ma purtroppo la mia conoscenza delle loro canzoni non era molto completa, e di canzoni che sapevo ne hanno fatte pochissime (Little Eyes, Tom Courtenay, Blue Line Swinger e una versione di You Can Have It All di cui parlerò fra un po’).
Il chitarrista Ira martoriava la sua chitarra con classe, mentre la batterista Georgia suonava con allegria con una faccia da bambina innocente (o da mamma dei biscotti, vedi post precedente). Il bassista invece era grosso e impassibile.
Per la prima parte hanno suonato molte canzoni dal nuovo album, I’m not Afraid…, che però avevo ascoltato solo in treno, andando a Milano, e qualcuna di quelle vecchie, alternando pezzi molto differenti fra loro e suonando un paio di ipnotizzanti canzoni lunghissime. Ogni tanto si lamentavano della distanza del pubblico dal palco (c’era una bella transenna che creava un buco di mezzo metro). “Come mai siamo così distanti? C’è una specie di campo da basket tra noi. Ma a voi Italiani piacciono le barriere?”.
A loro probabilmente non piacevano proprio, infatti per il bis si sono presentati sul palco senza una scaletta e Ira si è limitato a scendere dal palco e a chiedere agli spettatori più vicini cosa volessero sentire.
E quindi ci hanno regalato una versione di Blue Line Swinger un po’ breve.
Per il terzo bis si sono scambiati tutti gli strumenti e Ira era alla batteria. Dopo un assolo, ha chiesto di nuovo al pubblico quali canzoni suonare e se n’è tornato soddisfatto alla batteria dicendo a Georgia “Il ragazzo ha detto che vuole sentirmi ancora suonare la batteria”.
E così è partita quella strana versione di You Can Have It All, di cui parlavo prima.
E poi, dopo un paio di altre canzoni, il concerto è finito tra la disperazione mia e di Michele.
Un po’ di persone erano sotto il palco e loro non si sono fatti attendere. Più che una “sessione di autografi” si è trattato di una chiacchierata. “Bel concerto!” ho detto con il mio inglese sgangherato e Ira mi ha sorriso compiaciuto e mi ha stretto la mano (e Michele che già se ne stava andando è furtivamente tornato indietro).
Poi, mentre litigavo col biondo delle magliette perchè era lento ed americano (senza offesa per il mio amico Alex, ma quello non capiva nulla ed era pure antipatico, oltre ad assomigliare a MacGuiver), Ira è spuntato mangiando una carota per dare una mano.
Con le nostre belle magliette io e Michele ci siamo appostati fuori dal Rainbow ad aspettare il nostro pulmino/taxi e abbiamo potuto salutare Georgia e dare la buonanotte al bassista (di cui ancora mia sfugge il nome).
Michele stava esplodendo di felicità. Io ero pienamente soddisfatta del suo regalo per il mio compleanno.
Insomma: una serata splendida, che ha rafforzato il nostro odio tutti i gruppi tipo i Kooks, che al contrario degli Yo La Tengo, durante la loro squallida sessione di autografi alla Fnac ci guardavano con aria di sufficienza, probabilmente orgogliosi del loro indie-marcio per bambine con le ballerine (per citare il mio solito compagno delle medie del post precedente e senza offesa per le mie amiche con le ballerine, che poi le porto anch’io).

E ora qualcuno mi dirà: ma che cavolo di musica fanno questi tre? Ma come cavolo si fa a spiegare la musica?? Non ci riesco, diciamo che sono i Sonic Youth più buoni e che sono molto eclettici. Per ulteriori informazioni chiedere a Michele.

27 Novembre 2006

Archiviato in: Diario — verdeanita @ 13:56

Ho scritto una lista delle 10 cose che mi mancano di più, in cui, in ordine, compaiono l’Adige, il marmo freddo di piazza Dante, le serate insulse all’Highlandar Pub di via Leoncino, la mia vecchissima bici rossa con l’adesivo della pace, quando mettevo le All Star azzurre (ancora intere) con le calze a righe viola e nere, il mio vecchio blog, giugno coi Creedence e la lettera ad Albertone perimplorarlo di rimanere al Maffei, la prima volta che ho visto Woodstock, il blog underbreath, la seconda liceo.
Questa lista è state stilata la sera prima del mio secondo parziale di storia.
Ieri sera, andai quindi all’Highlander Pub, come un figlio adottato cerca di ritrovare la sua madre naturale (paragone idiota, ma era esattamente come mi sentivo).
Verona era totalmente deserta. E così pure l’Highlander Pub. Io e Michele ci siamo presi due mezze pinte si sidro di mele (o qualcosa del genere) e ci siamo dedicati a discorsi surreali per un po’, realizzando alla fine che il pub era bello, così deserto, ma avrebbe dovuto essere più buio, con un barista solitario che asciugava i bicchieri con un canovaccio sporco e con un musicista alcolizzato che cantava in un angolo. Perchè la musica che trasmettevano era troppo allegra e fu da me definita “una specie di Ben Harper più inglese” e “i Pogues versione metal”.
Abbiamo poi realizzato che non potremmo mai diventare dei musicisti affermati, perchè non siamo nè drogati nè alcolizzati nè abbiamo mai avuto dei traumi infantili. Io, per conto mio, soffro di Sindrome di Stoccolma e di schizofrenia (che si manifesta quando devo uscire di  casa e non ricordo mai quale mazzo di chiavi devo prendere, se quello della casa di Verona o quello della casa di Bologna, e sono entrambi rossi).
E, a proposito di Sindrome di Stoccolma, questa sera sarò a Milano ad ascoltare gli Yo La Tengo.
Gli Yo La Tengo mi ispirano famiglia felice, e la tipa me la immagino uscire dalla cucina di una casa tirolese con un vassoio pieno di biscotti. Poi in realtà fanno una musica che mi ipnotizza e ogni tanto diventano cattivi.
Michele mette in pratica la mia teoria dell’abbassamento musicale, per cui, il giorno prima di un concerto che ti piace, devi ascoltare musica totalmente opposta, così poi le tue orecchie si sentiranno sollevate e apprezzerai maggiormente il concerto in questione. Così lui ascolta gli Strokes, e io non ascolto nulla (bè, in realtà sto ascoltando Neil Young, ma questo non è certo un abbassamento musicale).

Inoltre mi sono accorta che un mio compagno delle medie tra spopolando su internet con una canzone cattiva. E ciò ha aumentato i miei sensi di colpa, ieri sera, nel noto pub di via Leoncino.

17 Novembre 2006

Archiviato in: Diario — verdeanita @ 21:32

E faccio cose nostalgiche. Come svegliarmi la mattina ascoltando i Pogues (sì, proprio “The sunnyside of the street” che ascoltavo ogni mattina in seconda liceo).

I festeggiamenti dell’ultimo compleanno teen-ager sono andati benissimo, con tanto di semi-incazzatura dei vicini, per il concerto di Alex in salotto. Meraviglioso. La cosa più divertente sono stati i bis su richiesta (”Tainted Love” e “Summertime blues”): mi hanno dato una sensazione di potere assolutamente idiota.

I regali sono stati uno più bello dell’altro… dal quadernino che fa avverare i desideri, ai corti di Giulio Rasi al mitico biglietto per gli Yo La Tengo di Lunedì 27 che ho riconsegnato tremante nelle mani di Michele per paura di perderlo tra Verona e Bologna.

Gli Yo La Tengo mi stanno entrando dentro lentamente e profondamente. Ascolto “From A Motel 6″ sempre, quando passo per la landa desolata vicino alla stazione suburbana.

E mi esalto. Ad ogni ascolto mi esalto.

Ho programmato diligentemente i miei esami e per ora rimango immersa tra la politica di Eisenhower e sconcertanti affermazioni della destra cristiana (e Microeconomia aspetta).

Se tutto va come previsto, riuscirò a trascinare la famiglia in qualche parte del mondo, tipo in Russia (ma mio padre ha troppa paura dei comunisti, quei maledetti!!).

Il mio disperato tentativo di fargli leggere “Il Manifesto” non ha avuto risultato alcuno.

5 Novembre 2006

Archiviato in: Diario, Musica — verdeanita @ 16:53

[Vediamo se riesco a scrivere qualche news sulla mia vita, visto che questo blog è triste e desolato]

L’università comincia a prendermi, sia per le materie di studio, che si fanno via via più interessati, sia per la vita sociale bolognese che non è da degenero ma è molto piacevole.
Microeconomia ha cambiato la mia visione della vita rendendomi noti i concetti di costo opportunità e costi sommersi.
Storia Contemporanea getta nuova luce sulla crisi del ‘29.
L’avanti e indietro sul treno regionale si rivela proficua per quanto concerne l’ascolto di musica. Ascolto cd dei più svariati generi con molta attenzione e con curiosità rinnovata (probabilemente il mio cervello si sta ribellando all’ascolto compulsivo di Jethro Tull, Who e Pink Floyd).
Ultimamente ho ascolticchiato il cd degli Scissor Sister (Ta-Dah!, carino e originale) e Mirror Ball, un cd creato dalla collaborazione tra Pearl Jam e Neil Young, due entità distanti “storicamente” e musicalmente che in questo cd sembrano andare perfettamente d’accordo.
Tra un paio d’ore mi aspettano gli Yo La Tengo, consigliati dal mio amico sonico Michele.
E ci sono anche altri cd che mi incuriosiscono particolarmente e cioè quello nuovo dei Modena City Ramblers e il ritorno degli Who.
I Modena mi sono sempre stati simpatici (anche se preferivo le sonorità irlandesi filo-Pogues degli inizi) ma credo che per pronunciarmi sulle nuove canzoni aspetterò i due concerti ravvicinati dei primi di dicembre a Bologna e poi a Verona.
Quello di Verona è obbligatorio, essendo stato fissato circa un anno e mezzo fa in Irlanda, insieme ad Anna e Alice (fedeli compagne durante il viaggio a Dublino, e amiche lontane).
Quello di Bologna è probabile.
Il cd degli Who, Endless Wire, è uscito in questi giorni, credo. Ma non lo compro, per paura di trovarmi tra le mani una cazzata pazzesca. Però mi attira.
Insomma, mi ritrovo famelica di musica più che mai.
Matteo ha compiuto 18 anni il 2 novembre e gli ho comprato un cappello per i suoi rasta alla Montagnola. E ieri sera abbiamo festeggiato.
E la sera è finita con discussioni di fronte al fiume che scorre con Alex (e faceva un freddo cane!!!), che sabato prossimo suonerà in versione acusitca nel mio salotto, per la gioia di mia madre e dei vicini.
Si preannunciano lunghi festeggiamente per l’ultimo compleanno teen-ager.

Jethro Tull - Fat Man

1 Novembre 2006

oh, sweet city of my dreams…

Archiviato in: Diario — verdeanita @ 21:36

Verona, di passaggio.
Ho aggiunto due categorie di link: una riguarda la città dei portici e l’altro i gruppi di Verona che preferisco. Scrivo questo post unicamente per farvelo notare.

A G I L ora deve riempire la mia testa.

E vi ricordo che fra nove giorni è il mio compleanno (il 10). Diciannove anni… come numero non mi piace proprio.

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