sono stanca. ora è tutto qui.
Oggi, dopo il consueto studio in Frinzi (la biblioteca dell’Università di Verona), sono andata a piedi fino ai Portoni.
Lungo il percorso ho pensato a dove compare il biglietto per l’autobus.
Ci sono due rivendite in Corso Portoni Borsari.
L’edicola di p.zza Erbe dove generalmente compro il Mucchio, perchè il giornalaio lo tiene esposto il bella vista e così non devo mai chiedere se è arrivato. Passando guardo i giornali e se lo vedo sgancio i cinque euro e lo tengo in mano, per leggerlo aspettando l’autobus.
E poi c’è il tabaccaio in fondo al Corso, davanti al vecchio negozio di Prada. Generalmente i biglietti dell’autobus li compro lì. E per entrare dovevo fare slalom tra le casse piene di giornali. Non ho mai visto un’edicola così disordinata. A volte il mio occhio è caduto su numeri vecchi di giornali dimenticati. Se mi perdevo un numero di qualche rivista o fumetto, all’edicola dei Portoni avevo sempre la possibilità di ritrovarlo, nascosto da qualche parte.
Mi è però venuto in mente che l’ultima volta che ero passata dall’edicola dei Portoni avevo trovato la saracinesca abbassata, la vetrina delimitata col nastro blu della polizia scientifica e il marciapiede ricoperto di fiori.
Sabato mattina, dopo le sei e mezza e prima delle sette e un quarto, il tabacchaio era stato ucciso.
Venerdì sera avevo parcheggiato la bici verde poco distante, avevo aspettato Michele ascoltando l’iPod e poi eravamo andati a berci mezza pinta di sidro di mele. Dopo mezzanotte, e quindi circa sei ore prima del fatto, avevo slegato la bici ed ero tornata a casa, ascoltando gli Yo La Tengo.
Un paio di anni fa percorrevo il Corso tutti i giorni, con la mia amica Veronica, per andare a scuola. A volte dovevamo aspettare che qualcuno comprasse le sigarette da quel tabaccaio, prima di entrare a scuola.
Probabilmente molti maffeiani stavano per fare lo stesso sabato mattina e si sono trovati davanti la polizia scientifica in tuta bianca e il carrello con sopra la salma. E a ricreazione di sono ritrovati senza sigarette, o forse non ci hanno pensato perchè erano troppo sconvolti.
Un giorno, dopo una mattinata scolastica particolarmente sfigata, ero andata a giocarmi la data al lotto. E a farmi la schedina e a spiegarmi tutto il meccanismo era stato lo stesso tabacchaio che è stato ucciso in maniera così idiota.
Oggi ho comprato il biglietto dell’autobus all’edicola di p.zza Erbe.
E l’edicolante stava parlando dell’omicidio.
E passando davanti al tabaccaio dei Portoni, i fiori si erano moltiplicati, era comparsa la scritta “Ciao Giorgio!” sul muro e molte persone erano riunite lì davanti a parlare di quello che era successo.
Come succede nei paesi di montagna quando c’è qualche pettegolezzo succulento da discutere.
Perchè è in momenti come questi che ti rendi conto di quanto sia piccola Verona.
Quando quello che è morto lo conoscevi, e conoscevi la moglie, anche se solo di vista, quando nella stessa tabaccheria lavorava una tua compagna delle elementari, quando una tua amica ti dice che il tabaccaio era figlio di una amica di sua mamma e che a scoprire il cadavere era stata una amica di sua nonna e quando il medico legale che esegue l’autopsia è il marito di una tua professoressa del ginnasio.
E poi guardi il Tg1 e Studio Aperto e senti le persone intervistate che parlano con questo fastidioso accento marcato, che poi è anche il tuo, anche se non te ne rendi conto.
E la gente parla della sicurezza, e Verona sembra, per un attimo, diventare pericolosa come Napoli, anche se, come mi fa notare Francesco, a Napoli non avrebbero perso tempo con coltelli e tagli nella gola, ma avrebbero semplicemente sparato.
Ma a Verona queste cose non succedono. E, a memoria mia, non erano mai successe.
Neanche i quei quartieri dopo Ponte Navi, dove le case sono vecchie e gli abitanti sono stranieri e non ci sono i negozi di Gucci o Vuitton ma solo call center e kebabbari.
Inutile parlare di sicurezza. Verona è sicura.
Per questo tutti sono sconvolti.


Attenzione! Questo post è scritto coi piedi.




